Ca' Rezzonico

Ca' Rezzonico

Percorsi e collezioni

Secondo piano

12. Portego dei dipinti. Nel Portego del secondo piano nobile del palazzo sono raccolti, secondo l’uso tipicamente veneziano della “quadreria”, i più importanti dipinti di proprietà del museo. La visita avviene in senso orario, da sinistra rispetto all’ingresso. Il primo dipinto è una veduta ideata di Luca Carlevarijs, risalente ai primi anni del Settecento, ricca di effetti scenografici e di citazioni romane. A fianco si trova un Capriccio architettonico, replica autografa di quello che Canaletto donò nel 1765 all’Accademia veneziana di Pittura e Scultura. Il dipinto seguente raffigura un Convegno diplomatico, opera giovanile di Francesco Guardi. Sulla parete di fronte, a sinistra, è esposto il Ritratto del maresciallo Mathias von Schulenburg, di Antonio Guardi – per molti anni pittore di fiducia del comandante delle truppe veneziane di terra e grande collezionista d’arte, eseguito tra il 1737 e il 1742. A fianco è collocato il grande telero con la Morte di Dario di Giambattista Piazzetta, realizzato verso il 1746 per il salone di palazzo Pisani Moretta a San Polo. Si tratta di uno dei massimi capolavori del genere storico che l’artista coltivò soprattutto nella fase tarda della sua attività. Entro una moderna cornice a stucco è esposto un dipinto di Gian Antonio Pellegrini con Muzio Scevola e Porsenna, databile tra il 1706 e il 1708. Bell’esempio dell’arte matura di questo grande protagonista del rococò internazionale. Il tratto successivo della parete è dedicato ai due capolavori giovanili del Canaletto, la Veduta del rio dei Mendicanti e quella del Canal Grande da Ca’ Balbi verso Rialto, recentemente acquistati dal Comune di Venezia (1983), le uniche vedute del maestro che si possano ammirare nelle collezioni pubbliche di Venezia. Costituiscono – assieme alle due tele che in origine facevano parte della stessa serie e che ora si trovano in collezione Thyssen a Madrid – i più alti raggiungimenti della fase giovanile del pittore, all’inizio degli anni venti, quando decise di abbandonare la pratica della scenografia teatrale, fino allora svolta alle dipendenze del padre, per dedicarsi al vedutismo. Oltre la porta sono esposte alcune opere degli scolari del Piazzetta, mentre tre notevoli ritratti seicenteschi occupano la corrispondente parete di fronte. Lo spazio successivo è dedicato ad una importante antologia delle realizzazioni dei maggiori paesaggisti attivi nel Veneto nel corso del Settecento. Il “fondatore” del paesaggismo veneziano è unanimemente considerato il bellunese Marco Ricci, di cui sono esposte due piccole tele giovanili realizzate tra la fine del Seicento e l’esordio del Settecento. Dopo la metà del secolo, in un contesto culturale diverso, dominato dalla poetica d’Arcadia, operano il toscano Francesco Zuccarelli depositario di uno stile raffinato, ricco di preziose vibrazioni superficiali, di cui è esposta la grande Pastorale, e l’agordino Giuseppe Zais più spontaneo e realista, a cui sono dovuti i quattro Paesaggi con contadini. Di notevole interesse, inoltre, sono i quattro ovali collocati entro stucchi sopra le porte che danno accesso alle sale laterali del portego. Sopra la porta che conduce nella sala detta del Longhi è il Ritratto di gentiluomo in rosso di Nicolò Cassana; sopra quella che va nella sala del Ridotto il Ritratto del senatore Giacomo Correr, egualmente databile al primo Settecento ma non facilmente attribuibile; sopra la porta che conduce agli ambienti dove è stata ricostruita la Villa di Zianigo si trova un elegantissima nobildonna, identificata in Giustina Renier Donà delle Rose, attribuita al bresciano Ludovico Gallina, che lo avrebbe eseguito “a memoria” almeno un trentennio dopo la morte della donna, avvenuta nel 1751; sopra la porta che immette alla Sala Guardi si trova infine il Ritratto del senatore Giovanni Correr, attribuibile a Antonio Bellucci. L’arredo del portego è costituito da quattro semplici divani in noce, da alcune sedie in “canna d’India”, da quattro trespoli e da una credenza in noce dall’elegante linea sagomata. Dal portego dei dipinti si passa al corridoio successivo che conduce allo straordinario caleidoscopio degli affreschi provenienti dalla villa Tiepolo a Zianigo.

13. Villa Zianigo: gli affreschi di Giandomenico Tiepolo dalla villa di Zianigo. Da qui in avanti, iniziando dalle scene di Rinaldo che abbandona il giardino di Armida e del Falchetto, si entra nell’area del museo dedicata alla ricomposizione del ciclo di affreschi di Giandomenico Tiepolo, eseguiti dal 1759 al 1797 per la villa di sua proprietà, tuttora esistente a Zianigo, piccolo centro prossimo a Mirano, nella campagna a ovest di Venezia. Essi vennero strappati nel 1906 per essere venduti in Francia ma, bloccata l’esportazione dal Ministero alla Pubblica Istruzione, vennero acquistati dal Comune di Venezia,e dallo Stato italiano. Furono poi trasferiti nel 1936 a Ca’ Rezzonico con un allestimento che tenta di ricostruirne – sia pure con qualche differenza e sovrapposizione – la disposizione originaria. Questo straordinario ciclo – restaurato nel 1999 – 2000 da Ottorino Nonfarmale grazie ai soci di The Venice International Foundation – costituisce uno dei momenti più affascinanti e singolari di tutta Ca’ Rezzonico, non meno che dell’ultimo scorcio del XVIII secolo a Venezia.

Il corridoio. Nel corridoio d’accesso è la scena della Gerusalemme Liberata con Rinaldo che abbandona il giardino di Armida, originariamente collocata a piano terreno nella villa di Zianigo, databile ad un momento immediatamente successivo al ritorno di Giandomenico da Madrid nel 1770. Il tema è eroico e patetico, come è proprio del poema tassiano e di molte figurazioni di Giambattista: ma già l’incrinatura dell’atmosfera appassionata e mesta dell’episodio rivela che Giandomenico sta completamente spogliandosi dei panni dell’illustratore di poemi per entrare in quelli della commedia e, semmai, dello sberleffo dissacratore, uno degli elementi portanti del suo discorso, una delle molle della sua ispirazione. Sulla parete di fondo si trova la scena del Falchetto che piomba sullo stormo dei passerotti in fuga: quasi un’istantanea per l’immediatezza e il realismo della raffigurazione. Nella villa quest’affresco si trovava in una piccola stanza assieme alla deliziosa immagine del Pappagallo ora esposto nel successivo corridoio. Probabilmente risalente al 1771 è l’elegante figurazione dell’Abbondanza che si può vedere ora nello stesso ambiente, a destra, e che si trovava in origine sul pianerottolo della scala nella villa di Zianigo.

Il portico. Si passa successivamente nell’ambiente maggiore, quello che ripropone le decorazioni del salone del piano terreno della villa con alcuni dei più celebri pezzi di questo ciclo. Sulla parete più lunga è il Mondo nuovo firmato e datato 1791. La scena è di grande suggestione: rappresenta, di spalle, una piccola folla che attende di porre l’occhio all’obiettivo di una specie di cosmorama o di diorama per scorgervi raffigurazioni e scene di cose lontane. Essa si carica ai nostri occhi delle più singolari e inquietanti valenze: l’attesa di un evento, la mancanza dei volti, la metafisica semplicità del paesaggio e della baracca dell’imbonitore fanno di questa figurazione una delle più emblematiche e, a tratti, struggenti testimonianze della coscienza di una fine imminente e dello sbigottimento curioso per il mondo che s’annuncia in segni e indizi di ancor problematica lettura. Alcuni vogliono riconoscere nelle due figure di profilo, sulla destra, Tiepolo padre, a braccia conserte, dai tratti ironici e penetranti e, più dietro, il figlio, con l’occhialino. Di fronte al Mondo nuovo, due opere coeve il Minuetto in villa, che colpisce per la sottolineatura ironica nei confronti delle formalità ridicole e vacue, degli aspetti caduchi delle mode e dei comportamenti, e la Passeggiata che pare adombrare la messa in forma d’una uscita di scena, d’un commiato. Molto precedente risulta invece il soffitto con il Trionfo delle Arti, databile alla prima fase della decorazione della villa, prima del 1762. Anche le quattro sopraporte monocrome in terra verde – sempre provenienti dal salone terreno di Zianigo – paiono coeve al Mondo novo, anche se tematicamente connesse con il soffitto (Astronomia, Famiglia del Fauno, Sacrificio presso i pagani, Rogo). Natura e cultura paiono contrapporsi in questo contorto ciclo di figurazioni a metà tra l’allegorico-simbolico e il realistico.

La stanza dei Pulcinella. La stanza successiva raccoglie affreschi con scene della vita di Pulcinella: Pulcinella e i saltimbanchi, Pulcinella innamorato, Pulcinella che gozzovigliano (1797); sul soffitto il famosissimo ovale con l’Altalena dei Pulcinella (1793). Anche nei chiaroscuri minori scene con Pulcinella. E, alla fine, sono proprio i Pulcinella i veri dominatori della commedia umana di Giandomenico Tiepolo a Zianigo: paiono via via affacciarsi su tutte le scene per prender a poco a poco tutte le parti, giocare tutti i ruoli, sostituirsi a ogni individualità e carattere. La storia senza tempo di Pulcinella è giunta al suo epilogo e al suo apice, un linguaggio compiuto di eccezionale versatilità e ricchezza che può dire tutto ed essere tutto: una via crucis blasfema non meno che dolente e tragica; un poema eroico e un lazzo osceno; una preghiera accorata o un romanzo, un ritratto, una maledizione.

La cappella. Ritornati nel portego del Mondo novo dalla porta di sinistra si accede alla ricostruzione della cappella di Zianigo. Gli affreschi che decorano questo piccolo ambiente sono probabilmente i primi eseguiti nella villa da Giandomenico: la cappella venne infatti dedicata al beato Girolamo Miani – fondatore dell’ordine dei Somaschi, di cui faceva parte il fratello minore del pittore, Giuseppe Maria – nel 1758. La pala d’altare di formato circolare reca la delicata immagine della Madonna col Bambino adorata da San Girolamo Miani e da San Giacomo apostolo; ai lati, sopra le porte, si trovano due scene veterotestamentarie a monocormo, raffiguranti Il sacrificio di Melchisedec e Mosé che spezza le tavole delle leggi. Due splendidi monocromi con San Girolamo Miani che fa scaturire l’acqua da una roccia e San Girolamo Miani che recita il rosario davanti ai giovani raccolti in preghiera. Ancora San Girolamo Miani appare nella tela centinata (deposito IRE), mentre tutto il rimanente arredo della cappella è prodotto di artigianato d’arte veneziana del XVIII secolo. Ripassati attraverso il portego, si accede, a sinistra, nel camerino dei centauri.

Camerino dei centauri. Questa saletta ci riporta a tematiche pagane e mitologiche. Il camerino con i centauri presenta a soffitto l’immagine a monocromo rosso di un Rapsodo (forse un Omaggio ad Omero) firmato e datato 1791; di un ventennio precedenti dovrebbero essere i numerosi tondi a monocromo grigio con episodi della vita dei centauri e delle satiresse, e quello con un Sacrificio pagano, mentre rifulgente di colori è lo splendido pezzo di bravura del pappagallo collocato sulla porta d’ingresso.

Camerino dei satiri. Ancora satiri e scene di baccanale, fatti storici e mitologici, figure allegoriche popolano le pareti e il soffitto della camera dei satiri. A soffitto si trova il grande fregio rettangolare con Scene di storia romana datato 1759, mentre le altre scene monocrome risalgono al 1771. Gli altri due monocromi parietali raffigurano L’altalena del satiro (la scena anticipa quella, eseguita vent’anni dopo, che vede per protagonisti i Pulcinella nella stanza che dalla maschera napoletana prende il nome) e Un centauro che rapisce una satiressa; le sovrapporte, che hanno al centro una testa leonina in stucco, recano egualmente immagini di Satiri e satiresse. Usciti dagli ambienti della villa di Zianigo, si giunge, a sinistra, alla Sala del Clavicembalo.

14. Sala del Clavicembalo e passaggio. Questa sala propone l’ambientazione di una villa di campagna destinata alla villeggiatura delle ricche famiglie veneziane: a tale scopo sono stati utilizzati gli armadi e le portiere provenienti da villa Mattarello di Arzignano presso Vicenza. I due grandi armadi guardaroba, a due ante ciascuno, recano dipinte a tempera in chiaroscuro su tonalità rosa le Allegorie delle quattro stagioni, su modi che richiamano quelli di Giuseppe Nogari; viceversa i battenti di porta hanno vedute con scene di soggetto agreste e di caccia, sempre dipinte a tempera su eguali tonalità. Al centro della sala è esposto un raro esempio di clavicembalo del primo Settecento, con le tre gambe riccamente intagliate e dorate; la decorazione delle fiancate è a “lacca povera”. Nella sala sono inoltre esposti due interessanti dipinti; il primo raffigurante il Banchetto di Abigail e Nabal è una delle numerose opere di collaborazione tra il figurista Francesco Zugno e il prospettico Francesco Battaglioli; il secondo è invece un dipinto di carattere devozionale che inquadra al centro un’icona cinquecentesca; a questa immagine più antica fanno corona le figure dei Santi Giuseppe e Giovanni, accompagnate da cherubini, dipinte dal bellunese Gaspare Diziani.

Passaggio. Dalla sala del Clavicembalo si accede al piccolo passaggio che immette nella sala del Parlatorio. Sono qui esposti alcuni dipinti di piccolo formato e singolarmente preziosi, opera di Pietro Longhi, Francesco Guardi e Giuseppe Zais; inoltre, nella nicchia, è una splendida Torciera in vetro di Murano (dono Gatti Casazza), probabilmente della manifattura di Giuseppe Briati.

16. Sala del parlatorio. A soffitto è stato adattato negli anni Trenta un affresco strappato da palazzo Nani a Cannaregio, raffigurante la Concordia coniugale incoronata dalla Virtù alla presenza della Giustizia, della Prudenza, della Temperanza, della Fama, dell’Abbondanza e della Divinità, con vedute di ville e di parchi ai lati e sugli spigoli putti con cartigli a monocromo assegnato al decoratore tardo-settecentesco Costantino Cedini (circa 1790). A parete sono esposte affrontate due tra le più due celebri tele di Francesco Guardi, quelle che raffigurano il Parlatorio delle monache di San Zaccaria e il Ridotto di palazzo Dandolo a San Moisè, eseguite nella seconda metà del quinto decennio. Si tratta di due “vedute d’interni” in qualche modo anticipatrici di quelle della città che Francesco comincerà a produrre salo a partire dalla fine del decennio successivo: si noti infatti la qualità delle vivacissime macchiette, che hanno la stessa freschezza di tocco e la stessa leggerezza di colore di quelle che popolano le sue innumerevoli vedute di Venezia. Il Ridotto mostra la sala grande della casa da gioco di palazzo Dandolo a San Moisè, tappezzata di “cuori d’oro”, nello stato precedente al 1768; il Parlatorio mostra invece la sala delle visite del monastero di San Zaccaria, dove parenti e amici potevano avere colloqui con le religiose: in queste occasioni di festa venivano anche organizzate recite di burattini per i piccoli ospiti. Oltre a questi due capolavori, sono presenti nella sala altri dipinti di notevole interesse. di Pietro Longhi fiancheggiano il Parlatorio due ritratti tardi, mentre sono opere giovanili quelle ai lati della specchiera. A fianco del Ridotto sono invece due bozzetti, uno di Giambattista Tiepolo e l’altro di Bartolomeo Nazari. Di notevole qualità i mobili in lacca verde-gialla con decorazioni floreali che costituiscono l’arredo della sala, provenienti da palazzo Calbo Crotta agli Scalzi. Riattraversato il Portego, si accede alla sala del Longhi.

17. Sala Longhi. Questa stanza può costituire un originale campo di raffronto tra due delle diverse anime del Settecento veneziano: quella rococò, allegorico-mitologica , spumeggiante e sensuale nella tela ovale a soffitto di Giambattista Tiepolo con Zefiro e Flora e quell’altra illuminata, e ironica, razionale e indagatrice, lucida e critica nelle tele “di genere” di Pietro Longhi che s’infittiscono sulle pareti. A soffitto, la tela con Il trionfo di Zefiro e Flora proviene da Ca’ Pesaro e appartiene a un momento ancora giovanile nell’operato di Giambattista, negli anni trenta. La compresenza di Zefiro – uno dei quattro venti – e della dea dei fiori allude alla primavera e quindi alla fecondità. I colori sono trasparenti e squillanti; pezzi virtuosistici di bravura si alternano alle notazioni sensuali degli incarnati, alle piacevoli contrapposizioni di elementi e intonazioni di colore. Alle pareti, nella ricca serie di tele di Pietro Longhi, compare invece la vita quotidiana di ricchi patrizi e umili contadini, visite allo studio del pittore e il parrucchiere in azione, la conversazione domestica e le curiosità “esotiche e mostruose”, i gruppi di famiglia e i concertini; insomma, un gran repertorio di situazioni, accidenti e piaceri. Al di là della gradevolezza di queste piccole scene il linguaggio indagatore di Longhi fruga e restituisce ai nostri occhi la forma e i modi di essere di una civiltà altissima, di una esemplare qualità della vita e, insieme, di una coscienza culturale tra le più consapevoli che sia dato storicamente di incontrare. Egli soprattutto eccelle negli straordinari interni domestici, vere e proprie vedute d’interni non meno lucide e razionali del vedutismo d’esterni canalettiano. I bei mobili della sala in lacca gialla con decorazioni a fiori e ricci rossi provengono da palazzo Calbo Crotta.

18. Sala Lacche Verdi. A soffitto è l’affresco con il Trionfo di Diana di Antonio Guardi strappato e montato su tela, proveniente dal palazzo Barbarigo-Dabalà all’Angelo Raffaele. Il gusto rocaille nella desinenza più veneziana e aerea della componente decorativa allegorico-mitologica che ebbe nel maggiore dei fratelli Guardi un interprete fantasioso e raffinato, dà qui prova disinvolta ed elegante delle sue possibilità. L’opera risale alla fase tarda di Antonio, nel sesto decennio. Alle pareti, vedute e paesaggi, ma l’indubbia suggestione della sala è dovuta soprattutto all’insieme del mobilio dal fondo laccato in verde cupo con elementi decorativi in pastiglia dorata proveniente dal palazzo Calbo Crotta a Cannaregio. Si tratta di un complesso disegnato unitariamente e decorato con raffinatezza secondo un gusto tipico degli anni cinquanta del secolo, affascinato dalle cineserie che molta fortuna ebbero anche a Venezia sia nelle arti maggiori che nell’artigianato d’arte, nella moda e nel gusto dell’arredo e della decorazione. Le figurette policrome di cinesi con teste mobili sono in cartapesta laccata, di provenienza orientale settecentesca.

19. Sala Guardi. Sono stati qui collocati a parete gli altri tre affreschi di Antonio Guardi strappati dall’originaria sede del palazzetto Dabalà, già Barbarigo, all’Angelo Raffaele, che fanno serie con il soffitto nella Sala delle Lacche verdi. Si tratta di Venere e Amore, Apollo e Minerva. Per quanto in precario stato di conservazione a causa dello strappo subito, queste opere – le uniche a noi note eseguite ad affresco da Antonio Guardi – mostrano ancora con tutta evidenza l’estro decorativo rococò del maestro e vanno presumibilmente datati all’inizio del sesto decennio del Settecento. L’arredo di quest’ambiente è composto di mobili in lacca a fondo verde con decorazione a fiori policromi, lascito della famiglia Savorgnan Brazzà. Completa l’arredo della sala il caminetto in marmo rosso di Verona, proveniente da palazzo Carminati a San Stae, che reca sulla cappa gli stucchi originali, di delicata intonazione cromatica: al centro, entro ovale, si trova la figura dell’Abbondanza. Elegante il lampadario a gocce di cristallo sfaccettate, opera muranese del secondo Settecento, imitante le analoghe produzioni boeme.

20. Alcova. In questo ambiente, e nelle piccole sale successive, è stata ricostruita una camera da letto settecentesca con gli spogliatoi, la stanza guardaroba e il salottino boudoir. L’alcova proviene da palazzo Carminati a San Stae e risale alla seconda metà del Settecento. Al centro della testiera, una Sacra Famiglia con Sant’Anna e san Giovannino. Sopra, entro la bella cornice originale dorata, una Madonna a pastello di Rosalba Carriera, databile alla seconda metà del terzo decennio del Settecento. Sul soffitto, una piccola tela rotonda, anonima, raffigura la Madonna con Bambino. Fuori dell’alcova l’arredo è costituito da un bureau trumeau probabilmente di origine lombarda e da una culla in lacca verde con fiori policromi e decorazioni di gusto neoclassico. Ai lati del letto, due piccole porte conducono a corridoi paralleli: quello di destra ha una porta che si apre sull’alcova e, sul fondo, si trova una vetrina entro cui è esposto il preziosissimo servizio da toletta già di proprietà Pisani, composto di cinquantotto pezzi d’argento, dorati e lavorati a balzo e a cesello, con largo impiego di onice. Sul cofano esposto sul piano inferiore della vetrina appaiono gli stemmi accoppiati dei Pisani e dei Grimani, da cui si deduce che il servizio costituì un dono per le nozze avvenute tra membri di queste due famiglie patrizie. Esso è opera dei celebri artigiani tedeschi di Augsburg e risale alla fine del Seicento: comprende tutto il nécessaire per la dama: dal grande specchio da tavolo alla conchiglia-lavabo lavorata a sbalzo, dal portagioie al soffietto per la cipria, dai candelieri alle boccette per le essenze e i profumi, fino agli strumenti per scrivere e le posate. Dalla porta di sinistra rispetto all’alcova si accede a un altro stretto passaggio, che, attraversato il guardaroba, ci conduce all’intimo camerino degli stucchi, qui trasferito da palazzo Calbo Crotta, di forma ottagonale, con le pareti rivestite dagli originali stucchi settecenteschi policromi. Completano la decorazione gli illusionistici affreschi sul soffitto, opera di Jacopo Guarana. Ritornando nel portego si accede, tramite la scala a sinistra, al terzo e al quarto piano del palazzo.