Ca' Rezzonico

Ca' Rezzonico

Percorsi e collezioni

Primo piano

1. Salone da ballo. La grande sala delle feste è certo un elemento di rilevante originalità propria di palazzo Rezzonico rispetto ad altri edifici veneziani. Ricavata dal Massari utilizzando la doppia altezza dei due piani nobili del palazzo demolendo un solaio e chiudendo un ordine di finestre, essa costituisce il momento “regale” della dimora dei Rezzonico e un’espressione tipica del gusto del medio Settecento. Il vano vero e proprio del salone appare il centro di uno spazio più dilatato che s’intravede oltre le finte architetture o “quadrature”, dipinte sulle pareti. Autore di queste architetture virtuosisticamente illusorie è Pietro Visconti, artista lombardo che fu tra i maggiori specialisti del genere e collaborò con i più celebri pittori “di figura” veneziani del tempo; di Giovanni Battista Crosato è invece l’affresco sul soffitto con il carro di Febo e, ai quattro lati, Europa, Asia, America e Africa. Tutta questa decorazione sulle pareti e sul soffitto – completamente restaurata nel 2000-2001 – si richiama a temi allegorici e celebrativi legati a miti apollinei: un poema figurato in onore dei Rezzonico, il cui stemma campeggia tra panneggi dorati al centro della parete maggiore. Superstiti dell’antico arredo del palazzo sono i due grandiosi lampadari in legno e metalli dorati a motivi floreali. Lungo le pareti è esposta una parte della serie di opere scolpite da Andrea Brustolon per i Venier nei primissimi anni del Settecento, tra cui una delle imponenti statue in ebano dei cosiddetti Guerrieri etiopi, altissimi nudi virili armati di clava e dotati anch’essi di bianchissimi occhi in pasta di vetro, che hanno ai piedi ciascuno una testa equina, forse derivate, per l’impostazione, dalle statue egizie di basalto e di porfido che Brustolon aveva avuto modo di vedere durante il suo soggiorno romano. Ma il gruppo più cospicuo di queste opere si trova nella sala 10, detta appunto del Brustolon.

2. Sala dell’Allegoria nuziale. A soffitto, il grande affresco eseguito nell’inverno del 1757 da Giambattista Tiepolo, in collaborazione col figlio Giandomenico e col quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna, in occasione del matrimonio tra Ludovico Rezzonico e Faustina Savorgnan, dà il nome alla sala. Contro un cielo luminosissimo che si apre al di là della finta balaustra, quattro impetuosi cavalli bianchi trainano il carro di Apollo, su cui hanno trovato posto gli sposi preceduti da Cupido bendato e attorniati da figure allegoriche. Tra di esse la Fama, le tre Grazie e la Sapienza. Un vecchio barbuto coronato di lauro (il Merito), con ai piedi il Leone, simbolo della città, regge lo scettro e la bandiera con gli stemmi delle famiglie degli sposi. La qualità solare della luce, la sinfonia stupenda dei colori, il vigore dinamico delle figure fanno di questo affresco, tra le ultime opere eseguite a Venezia da Tiepolo prima del definitivo trasferimento a Madrid nel 1762, uno dei suoi più alti capolavori. L’arredo della sala è composto da un gruppo di mobili intagliati e dorati del primo Settecento. Sopra il tavolo è appeso, contro la tappezzeria moderna in damasco rosso che riveste per intero le pareti, il Ritratto di Francesco Falier in veste di Procuratore da mar, eseguito da Bernardino Castelli nel 1786, anno stesso dell’elezione del nobiluomo a questa importante carica. Sulla parete opposta si trova un piccolo dipinto di Pietro Longhi raffigurante Papa Clemente XIII Rezzonico che concede udienza ai nipoti Carlo, Ludovico e Faustina. A cavalletto è invece esposto il Ritratto di Clemente XIII Rezzonico recentemente riconosciuto il più antico dei ritratti del papa realizzati dal pittore neoclassico tedesco Anton Raphael Mengs: risulta infatti essere stato eseguito tra il luglio e il dicembre del 1758, nei mesi cioè immediatamente successivi all’elezione del cardinale Carlo Rezzonico al soglio pontificio avvenuta il 16 luglio.

Cappella. Sulla parete di destra che dà sul rio di San Barnaba, si apre la piccola cappella pensile fatta costruire da Aurelio Rezzonico o dal cardinale Carlo – omonimo e nipote di papa Clemente XIII – nella seconda metà del Settecento. Dell’arredo originale resta qui solo l’elegante decorazione a stucchi dorati su fondo bianco; la paletta con la Madonna e santi che decora il piccolo ambiente è di un allievo di Giambattista Tiepolo, Francesco Zugno. Bell’esempio della fantasia dei mobilieri veneziani è l’elegante inginocchiatoio in noce, risalente alla metà del Settecento, che la singolare caratteristica di poter essere “ribaltato” in poltrona.

3. Sala dei pastelli. La sala è dominata dall’affresco sul soffitto, opera del bellunese Gaspare Diziani, che risale al 1757 e raffigura la Poesia circondata dalla Pittura, dall’Architettura, dalla Musica e dalla Scultura, mentre un putto, armato di una fiaccola, fa precipitare l’Ignoranza. Alle pareti sono esposti numerosi ritratti a pastello, tecnica questa in cui eccelsero i pittori veneziani e in particolare Rosalba Carriera che ne fu maestra, durante il suo soggiorno parigino del 1720-1721, anche ai colleghi francesi. La sua attività è ben esemplificata in questa sala da opere di altissimo livello quali il Ritratto di Faustina Bordon Hasse e il Ritratto di gentiluomo, realizzate negli anni trenta, in cui Rosalba, oltre alla capacità di indagare la psicologia dei personaggi ritratti, dimostra tutta la raffinata qualità del suo arioso linguaggio pittorico, reso vivo dalla caratteristica, scintillante vena cromatica. Ancora a Rosalba spettano le due piccole miniature su avorio esempi notevoli di un’ intensa produzione cui la pittrice si dedicò con particolare continuità nei primissimi anni del secolo. La sala ospita anche opere di altri autori: da Gian Antonio Lazzari, tradizionalmente considerato il primo maestro della pittrice, a Marianna Carlevarijs, figlia del vedutista friulano Luca, e Lorenzo Tiepolo, cui spetta il bel ritratto di Cecilia Guardi Tiepolo (moglie di Giambattista Tiepolo e sorella di Antonio e Francesco Guardi), eseguito, come attesta una scritta autografa sul verso, nel 1757. L’arredo della sala è costituito da mobili intagliati e dorati di fabbrica veneziana, da datare verso la metà del secolo. La boisierie risale, come il bel lampadario di Murano a sedici lumi, alla seconda metà del Settecento.

4. Sala degli arazzi. L’affresco sul soffitto, di interessante qualità coloristica, è opera di Jacopo Guarana del 1757 e rappresenta il Trionfo delle Virtù. Nella composizione si riconoscono la Fortezza, con l’elmo, e la Temperanza, quindi più in alto la Concordia maritale e il Valore con il leone. Sulla sinistra la Giustizia e la Prudenza; più in alto l’Eternità con il sole e la luna, l’Abbondanza e la Gloria. La sala prende il nome dai tre grandi arazzi fiamminghi della fine del XVII secolo collocati a parete, in cui sono narrati, con grande efficacia rappresentativa e attenzione per i particolari, episodi della storia biblica di re Salomone e della regina di Saba. Come il magnifico mobilio intagliato e dorato, provengono da palazzo Balbi Valier a Santa Maria Formosa. I tavoli con copertura in marmo verde, le poltrone, il raro divano a tre posti, i due gheridòni (tavolini a tre gambe) i reggitenda (buonegrazie in veneziano) presentano una tale raffinatezza nella lavorazione da costituire uno dei più notevoli esempi d’arredo in stile rococò veneziano di metà Settecento giunto integro fino a noi. La porta laccata in giallo, con scene di soggetto orientale dipinte in oro e bruno, testimonia la grande passione per la cineseria diffusa nel XVIII secolo. Sulla parete lungo il canale si può ammirare un pregevole ovale ad olio su rame del pittore toscano Giuseppe Zocchi in cui sono raffigurati due tra i collezionisti più raffinati ed eruditi del Settecento in Italia (Andrea Gerini e Anton Maria Zanetti). Un dipinto di Pietro Longhi, ritraente in gruppo la famiglia Rezzonico al culmine della loro fortuna, pende sul lato opposto del grande specchio. Sulla parete corte, sopra due cassettiere, si trovano due sculture lignee raffiguranti la Statua equestre di Marco Aurelio e la Maddalena penitente, entrambe di Andrea Brustolon.

5. Sala del trono. Il soffitto è occupato da un grande affresco, eseguito da Giambattista Tiepolo nello stesso periodo in cui lavorò a quello dell’Allegoria nuziale, in collaborazione col suo quadraturista di fiducia, Gerolamo Mengozzi Colonna. Rappresenta l’Allegoria del Merito raffigurato come un vecchio barbuto, coronato di lauro, che sale verso il tempio della Gloria, accompagnato dalla Nobiltà (la figura alata, che regge la lancia) e dalla Virtù (la figura a destra del vecchio, riccamente vestita), mentre la Fama dà fiato alla sua tromba. Il collegamento con i Rezzonico è dato dal putto alato sotto la figura del Merito che regge il Libro d’oro della nobiltà veneziana, cui anch’essi erano stati ammessi nel 1687. Il complesso assunto allegorico aveva la funzione di esaltare le presunte qualità morali e civili degli abitanti del palazzo, secondo un uso assai in voga a Venezia nel Settecento. Ma Giambattista riesce a evitare formule ripetitive per offrirci un’opera di altissima qualità, tutta imperniata sulla fastosa vena coloristica e sulla sorprendente fantasia compositiva. Di particolare rilievo è il ricco mobilio dorato esposto nella sala, originariamente di proprietà della famiglia Barbarigo, in seguito passato, per linea ereditaria, ai Donà dalle Rose. Esso include anche l’imponente cornice (contenente oggi il Ritratto di Pietro Barbarigo di Bernardino Castelli), che ostenta una rigogliosa decorazione allegorica la cui complessa iconografia è volta ad esaltare le virtù della famiglia Barbarigo. Tradizionalmente, questo gruppo di mobili reca un’attribuzione ad Antonio Corradini, scultore estense attivo a Venezia fino al terzo decennio del secolo Tale attribuzione pare da confermare, almeno per quel che riguarda l’ideazione dell’elegantissimo insieme, senz’altro unitaria. Nessun dubbio che anche il trono – pur di diversa provenienza e che dà il nome alla sala – sia opera della stessa bottega. Particolarmente significativo il tavolo da muro, che reca sul piano un Ritratto di prelato, bisquit della fabbrica veneziana Cozzi: la stupenda qualità delle cariatidi e dei vivacissimi putti che giocano fra di loro tra volute e festoni fioriti fanno infatti di quest’opera uno dei più begli esempi del mobile rococò veneziano. I vasi sono di fabbrica cinese Attraversato il portego, si giunge alla successiva sala del Tiepolo.

6. Sala del Tiepolo. In questo ambiente si può ammirare il terzo dei quattro soffitti di Giambattista Tiepolo presenti a Ca’ Rezzonico: si tratta di una tela sagomata raffigurante la Nobiltà e la Virtù che abbattono la Perfidia. Contrariamente agli affreschi delle altre sale del primo piano nobile, quest’opera non è originaria del palazzo, ma fu eseguita tra il 1744 e il 1745 per conto di Pietro Barbarigo; passata per linea ereditaria in proprietà Donà dalle Rose, fu acquistata nel 1934 dal Comune di Venezia per essere esposta in questa sala entro una cornice di stucchi appositamente predisposta. Le splendenti figure della Nobiltà e della Virtù, riccamente vestite si stagliano contro il cielo luminoso; fa loro corona l’abituale repertorio di deliziosi putti alati, mentre due elegantissimi paggi reggono lo strascico. La Perfidia, vestita di toni grigi, precipita verso il basso seguita dal pipistrello che inavvertitamente un amorino ha preso al laccio. Si noti la cura con cui è descritto il paggio che regge lo strascico, sia nei tratti fisionomici che nell’elegantissima veste, a realistica, stupenda prova delle ineguagliabili capacità ritrattistiche del maestro, che in questo caso pare aver usato quale modello il figlio Giuseppe Maria. Vari altri dipinti sono esposti alle pareti, mentre l’arredo della sala include mobili di diversa provenienza e di altissimo pregio artistico: è forse originario del palazzo l’imponente bureau-trumeau in radica di noce che, per dimensioni, qualità di lavorazione e stato di conservazione, è un esemplare unico nel suo genere, databile alla metà del Settecento. Di particolare rilievo è anche il grande tavolo a otto gambe intagliate, terminanti a zampa di leone, con il piano ricoperto da panno verde, posto al centro della sala: bell’esempio di mobile barocco veneziano, risale probabilmente alla fine del Seicento o ai primi anni del Settecento. Sulla parete a sinistra dell’ingresso è collocato uno stipo adattato a forziere, opera di scuola tedesca (Augusta) del XVII secolo che poggia su di un tavolo a volute barocche di epoca successiva. L’interno dello stipo è decorato con vetri dipinti con animali e fiori e la figurazione allegorica della Pace.

7. Passaggio e biblioteca. Alle porte di questo stretto andito di passaggio che conduce alla biblioteca sono stati adattati dei battenti settecenteschi in cuoio impresso che originariamente si trovavano a Palazzo Carminati a San Stae. Nelle vetrine egualmente settecentesche, decorate a tempera, sono esposti alcuni esemplari della ricca collezione i porcellane settecentesche conservate nel museo. La prima è dedicata alla produzione della manifattura del veneziano Giovanni Vezzi, che ebbe il merito di importare a Venezia la formula chimica per la fabbricazione della preziosissima porcellana, scoperta da Johann Friedrich Böttger, un alchimistica al servizio della corte di Dresda. La sua manifattura fu fondata nel 1720 e chiuse i battenti nel 1727; nel breve volgere di questi anni Giovanni Vezzi produsse una quantità notevole di oggetti, in particolare servizi da tè, e, in numero più limitato, vasi, piatti e caffetterie. Tra le opere qui esposte, si segnalano le eleganti tazze a campana decorate in rosso ferro e in blu oro con scene mitologiche e la splendida teiera globulare di fiori di pruno di color rosso ferro. Nella seconda vetrina, invece sono esposti alcuni esemplari prodotti dalla manifattura del modenese Geminiano Cozzi, attiva dal 1764 fino ai primi anni del secolo successivo. Alla prima produzione spetta lo splendido servizio donato a Ca’ Rezzonico nel 1938 dal principe Umberto di Savoia. Più tarde sono le altre opere, alcune delle quali decorate con disegni a cineseria. Sulla parete di fronte, tra le finestre, è esposta una piccola tela raffigurante il Martirio di San’Eurosia, che faceva parte della collezione dell’ingegner Gatti Casazza, donata al museo nel 1962; recava allora l’attribuzione a Giambattista Piazzetta e solo in seguito è stata riportata tra le opere di Giulia Lama.

Biblioteca. In questa sala è ricostruito un ambiente di studio. All’interno degli armadi è esposta l’interessante collezione di oggetti in vetro sette-ottocenteschi donata al museo dall’ingegner Gatti Casazza nel 1962. Alla stessa collezione appartengono il bel leggio e i cassoni in cuoio esposti tra gli armadi. La splendida testa marmorea della Dama velata è opera dello scultore estense Antonio Corradini; probabilmente raffigura la Purità. Eccezionale il virtuosismo tecnico dello scultore, capace di conferire trasparenza al marmo e di descrivere con straordinaria precisione tutti particolari del volto che emergono da sotto il velo. Completano l’arredo della sala, le semplici sedie rivestite di cuoio dorato e dipinto a motivi floreali, secondo la moda dei “cuoridoro” tipica dell’artigianato veneziano, e un grande orologio a torre del primo Settecento è opera della fabbrica londinese Williamson. A soffitto è stata adattata una tela con un Trionfo allegorico del decoratore barocco polesano Mattia Bortoloni, risalente alla sua fase giovanile.

8. Sala del Lazzarini. Questa sala di passaggio deve il suo nome all’attribuzione ottocentesca delle tre grandi tele di soggetto mitologico esposte a parete, ritenute di Gregorio Lazzarini, pittore veneziano, primo maestro di Giambattista Tiepolo. Studi successivi hanno dimostrato che al Lazzarini spetta solo il telero con Orfeo massacrato dalle Baccanti, a sinistra, eseguito nel 1698; la tela più piccola con Ercole ed Onfale, è meglio riferibile ad Antonio Bellucci, mentre la terza, con un Combattimento tra Centauri e Lapiti, è opera di Antonio Molinari. Originariamente questi tre dipinti, eguali per altezza, costituivano l’arredo del portego della casa di San Stae dell’abate Teodoro Correr, dal cui lascito alla città deriva il nucleo fondativo delle collezioni dei Musei Civici di Venezia. Il soffitto si compone di cinque ovali, opera del pittore seicentesco vicentino Francesco Maffei: al centro è Prometeo con lo specchio e l’aquila, ai lati Dedalo e Icaro, Prometeo liberato, Perseo con la testa di Medusa e Andromeda legata alla scoglio. Realizzati intorno al 1657-1658, costituiscono forse il maggior capolavoro dell’artista. Anche questo soffitto non faceva parte dell’arredo originario di Ca’ Rezzonico, ma proviene, assieme a quello che ora si trova nella sala del Brustolon, da palazzo Nani sul rio di Cannaregio. Al centro della sala è esposta la splendida scrivania, impiallacciata di legni preziosi con intarsi in avorio inciso e bacchette in bronzo dorato, opera dell’ebanista torinese Pietro Piffetti, firmata e datata 1741. Tra i mobili esposti in questa sala, notevoli sono soprattutto le semplici sedie rivestite di cuoio dipinto con figurazioni allegoriche.

9. Sala del Brustolon. La “fornitura” d’arredo scolpita da Andrea Brustolon, per conto della famiglia Venier entro il 1706, esposta parte in questa sala, parte nell’adiacente Salone da ballo, è il massimo capolavoro dell’intaglio veneto del primo Settecento. Si compone di ben 40 elementi; il pezzo più celebre è certamente la consolle porta vasi che raffigura, nella parte inferiore, l’Allegoria della forza personificata da Ercole. L’opera – come le altre della serie – si segnala per la fantasia dell’ideazione e per l’eccezionale accuratezza della realizzazione. L’insieme è giocato sul contrasto cromatico tra i diversi componenti, il nero lucidissimo, quasi metallico, dell’ebano, il rosso bruno assai caldo del bosso e il bianco luminosamente splendente dei vasi orientali in porcellana, decorati con aerei disegni a cineseria. L’identico, eccezionale virtuosismo realizzativo appare anche negli altri pezzi che completano la splendida serie dei porta vasi. In essi il Brustolon ha dato un ulteriore saggio della propria inesausta fantasia creativa; si tratta infatti di ben 25 pezzi tutti diversi tra loro: moretti, putti, cariatidi in ebano con gli occhi in pasta di vetro, le allegorie delle quattro Stagioni e dei cinque Elementi. Nella sala sono inoltre esposti alcuni dipinti di notevole interesse, tutti risalenti al Seicento o al primo Settecento. Al centro della sala risplende lo stupendo lampadario in vetro policromo a venti fiamme su due ordini prodotto verso il 1730 dalla fabbrica muranese di Giuseppe Briati, certo il più straordinario esempio del genere che ci sia giunto completamente integro. La decorazione del soffitto è costituita da undici tele di diversa forma e misura che originariamente, assieme alle cinque che abbiamo trovato nella sala del Lazzarini, facevano forse parte di un complesso decorativo eseguito da Francesco Maffei per una villa di campagna di proprietà della famiglia Nani, in seguito smembrato e collocato in due diverse sale del palazzo dominicale di Cannaregio. Di diversa mano invece sono i quattro tondi a monocromo collocati sugli spigoli del soffitto: anch’essi provengono da palazzo Nani e sono opera di Gerolamo Brusaferro. Di difficile lettura è l’iconografia complessiva delle tele del Maffei, in ogni caso, anche se risulta pressoché impossibile cogliere il complicato assunto iconografico che ha ispirato il pittore, risulta tuttavia palese la notevole qualità degli impetuosi dipinti, giustamente considerati l’equivalente pittorico della facciata di San Moisè. Tornando alla sala del Lazzarini e, di qua, girando a destra, si accede al portego del primo piano.

10. Portego. Il “portego de mezo” è il largo corridoio che, nel piano terreno dei palazzi veneziani, collega abitualmente l’ingresso dal canale con quello da terra e si ripete eguale nei piani superiori, con funzione di disobbligo per le stanze che vi si affacciano. Tradizionalmente il portego è decorato con affreschi o con grandi tele inserite entro cornici di stucco: eguali caratteristiche aveva quello di Ca’ Rezzonico ma, dispersi nell’Ottocento i dipinti originali e deteriorati gli stucchi, durante i restauri precedenti all’apertura del museo nel 1936 ne venne modificato l’aspetto, coprendo le pareti con il finto marmorino rosa che vediamo tuttora. La decorazione è affidata ad un gruppo di busti marmorei settecenteschi, ritratti o figure allegoriche, alcune delle quali opera dello scultore bassanese Orazio Marinali, usati come sovrapporte, collocati su mensole a inseriti entro nicchie appositamente predisposte. L’arredo è composto da quattro grandi divani “da portego” e una portantina dorata, foderata in seta rossa. Su cavalletto è esposta la pala raffigurante la Maddalena ai piedi del Crocifisso, dipinta per la chiesa delle Terese nel 1663-1664 da Giambattista Langetti. E’ una delle prime opere realizzate a Venezia dal genovese, destinato a divenire il caposcuola della corrente dei “Tenebrosi”. Il portale da cui si diparte la scala che reca al secondo piano è strutturato come un arco di trionfo e reca sulla sommità lo stemma dei Rezzonico. Esso deriva certamente da un’invenzione di Giorgio Massari e risale al periodo dei lavori di completamento del palazzo dovuti a questo architetto. Ai lati del portale sono state collocate due vigorose sculture del cinquecentesco Alessandro Vittoria. Salita la scala, dove notevoli risultano i rilievi marmorei di epoche diverse inseriti nel muro sul pianerottolo, si giunge al portego del secondo piano.