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Facciata Ca' Rezzonico

Primo piano

Salone da Ballo

Dopo lo scalone monumentale si accede al Salone da Ballo, un ambiente senza eguali a Venezia per dimensioni e magnificenza.

Realizzati nel 1751, gli affreschi sono opera di Giambattista Crosato, affiancato da Girolamo Mengozzi Colonna. Quest’ultimo crea uno spettacolare spazio illusionistico che dilata l’ambiente verso finte logge. Al centro del soffitto trionfa Apollo sul suo carro, circondato dalle allegorie delle quattro parti del mondo: un augurio di prosperità per i Rezzonico, il cui gigantesco stemma araldico domina la parete d’ingresso celebrando le ambizioni della famiglia.

Dell’arredo originario sopravvivono gli imponenti lampadari lignei dorati. Lungo le pareti spicca invece una selezione di capolavori dell’intaglio barocco: i fastosi mobili in ebano e bosso di Andrea Brustolon, definito da Balzac “il Michelangelo del legno”. Originariamente concepiti per Palazzo Venier, questi seggioloni e figure ornamentali trasformano il mobilio in un tripudio scultoreo di rami intrecciati, telamoni, schiavi e guerrieri etiopi, restituendo al visitatore tutta l’esuberante fantasia del Settecento veneziano.

Per tutelare il patrimonio del museo, il Salone da Ballo è interessato da un esteso intervento di restauro.
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Salone da ballo Ca' Rezzonico

Sala dell'Allegoria Nuziale

Nell’inverno del 1757, per celebrare le nozze tra Ludovico Rezzonico e Faustina Savorgnan, Giambattista Tiepolo dipinge sul soffitto di questa sala la sua magnifica Allegoria nuziale. Affiancato dalle finte architetture di Girolamo Mengozzi Colonna e dai satiri eseguiti dal figlio Giandomenico, Tiepolo concepisce uno spazio illusionistico di straordinario dinamismo. La coppia di sposi si presenta allo spettatore sul carro di Apollo, preceduti da Cupido, mentre alcune figure allegoriche circondano il gruppo principale: grazie all’uso magistrale di molteplici punti di vista prospettici, il pittore riesce a rendere concreta e credibile questa apparizione trionfale dal cielo.

L’ambiente, nato come appartamento di rappresentanza, custodisce ulteriori testimonianze del gusto settecentesco. Sulla parete centrale domina il ritratto del Procuratore Francesco Falier, opera di Bernardo Castelli (1786). A destra si apre invece un’elegante cappella pensile affacciata sul rio di San Barnaba. Entro una decorazione rococò con stucchi dorati è collocata la piccola pala d’altare con la Madonna e santi, opera di Francesco Zugno, allievo del Tiepolo. Dentro le vetrine poste lungo le pareti della sala sono esposte porcellane di varie manifatture europee appartenenti alla collezione di Marino Nani Mocenigo.

Sala allegoria nuziale

Sala dei pastelli

Il soffitto della Sala dei Pastelli accoglie il Trionfo delle Arti sull’Ignoranza di Gaspare Diziani, un affresco dai cromatismi caldi che celebra l’egemonia culturale veneziana della metà del Settecento.

Tuttavia, il vero fulcro dell’ambiente è l’eccezionale collezione di ritratti a pastello, tecnica che nel XVIII secolo raggiunge il suo apice per la consistenza morbida, perfetta per restituire la vitalità degli incarnati. Ne è maestra assoluta la veneziana Rosalba Carriera, l’artista italiana più celebre nell’Europa dell’epoca. Le sue opere qui esposte rivelano una straordinaria indagine psicologica, evidente nel confronto dei registri emotivi: dallo sguardo volitivo del Ritratto di gentiluomo in rosso, alla pacata spiritualità di Suor Maria Caterina Puppi, fino alla vitalità smaliziata della celebre contralto Faustina Bordoni Hasse.

A Lorenzo Tiepolo si deve invece il bel ritratto al centro della parete successiva – eseguito dall’autore a soli 21 anni – raffigurante la madre Cecilia Guardi, moglie di Giambattista Tiepolo e sorella di Antonio e Francesco Guardi. Completano l’allestimento le porcellane della collezione Nani Mocenigo, tra cui un raffinato servizio Meissen decorato in oro su fondo blu.

Sala dei pastelli

Sala degli arazzi

La sala deve il suo nome a tre magnifici panni fiamminghi del Cinquecento che ne adornano le pareti, raffiguranti episodi tratti dalla storia di Salomone e della regina di Saba.

L’ambiente documenta anche un cruciale passaggio stilistico nella pittura veneziana del Settecento. Sul soffitto, il Trionfo delle Virtù (1757-1758) di Jacopo Guarana segna un chiaro distacco dalla teatralità di Tiepolo: abbandonando gli scorci prospettici audaci a favore di una composizione distesa su un unico piano visivo dalle tinte tenui, decorata da una ricca cornice di Piero Visconti.

Il mobilio rappresenta uno dei vertici del rococò maturo veneziano. Spicca il salotto proveniente da Palazzo Balbi Valier, con le sue linee flessuose che imitano le asimmetrie di conchiglie e spuma marina. La sala custodisce inoltre due sculture lignee di Andrea Brustolon e un reperto eccezionale: la porta laccata con cineserie (1760 circa). Unico elemento superstite dell’arredo originario del palazzo, testimonia il gusto esotico dell’epoca e potrebbe celare, secondo alcuni critici, il genio compositivo dei Tiepolo.

Sala degli arazzi

Sala del trono

La Sala del Trono, tappezzata di prezioso velluto rosso, deve il suo nome allo sfarzoso seggio ligneo dorato, decorato con putti, nereidi e cavalli marini, che domina l’ambiente. Realizzato nei primi decenni del Settecento alleggerendo l’esuberanza dello stile di Brustolon con dorature più aggraziate, il trono passò alla storia per aver ospitato Papa Pio VI durante il suo soggiorno in laguna nel 1782.

L’ambiente rappresenta il culmine dell’appartamento di rappresentanza e celebra l’ascesa politica della famiglia. Sul soffitto, Giambattista Tiepolo e Girolamo Mengozzi Colonna affrescano l’Allegoria del Merito. Tra le figure alate spicca un dettaglio cruciale: un putto regge il Libro d’Oro della nobiltà veneziana, nel quale i Rezzonico riuscirono a farsi iscrivere nel 1687.

L’arredo circostante documenta la transizione tra il barocco magniloquente a una lavorazione più aggraziata. Ne è un esempio l’imponente cornice dorata, dalla ricca decorazione allegorica, che racchiude il ritratto del patrizio Pietro Barbarigo (opera di Bernardino Castelli). Completano la dotazione una raffinata console e quattro poltrone di altissima ebanisteria veneziana.

Sala del trono

Sala del Tiepolo

La sala prende il nome dal suo spettacolare soffitto: la tela La Nobiltà e la Virtù che abbattono l’Ignoranza (1744-1745). A differenza degli affreschi delle altre sale, l’opera non è originaria di Ca’ Rezzonico, ma fu acquisita nel 1934 dal Comune di Venezia. Tiepolo reinterpreta qui la lezione del Veronese con una stesura cromatica luminosissima, dominata da accordi grigio-argentei e dall’arancio cangiante della Virtù, e impreziosita dal dettaglio del paggio, forse un ritratto del figlio.

Sulle pareti spicca il Ritratto dell’architetto Bartolomeo Ferracina, capolavoro di Alessandro Longhi. L’allestimento della sala riunisce inoltre arredi di eccezionale caratura: al centro domina un monumentale tavolo da gioco barocco a otto gambe leonine, circondato da sedute in bosso della bottega di Andrea Brustolon. Il vero unicum della sala è tuttavia l’imponente bureau-trumeau settecentesco in radica di noce, ineguagliabile nel panorama dell’ebanisteria veneziana per dimensioni e stato di conservazione.

Sala del Tiepolo

Biblioteca

La Biblioteca custodisce nei suoi seicenteschi armadi in noce un patrimonio inaspettato: il fondo di bottega dello scultore Giovanni Maria Morlaiter.

Questa collezione di bozzetti in terracotta e terracruda documenta l’intero processo creativo settecentesco, dagli studi preparatori ai modellini estremamente rifiniti da presentare al committente per l’approvazione finale del lavoro. Morlaiter vi traduce in forma tridimensionale le vibrazioni luminose della pittura a lui contemporanea. I pezzi esposti spaziano dalle sculture sacre alle statue da giardino, fino a un dettaglio che dialoga direttamente con il palazzo: il modelletto del mascherone visibile ancora oggi dal vivo nel cortile di Ca’ Rezzonico.

L’allestimento include anche modelli di altri maestri transitati per la bottega, come Enrico Merengo e Giusto Le Court, il “Bernini adriatico”. Sovrasta l’ambiente il soffitto decorato da una tela sagomata con l’Allegoria del Merito, opera del pittore Mattia Bortoloni.

biblioteca

Sala del Lazzarini

La sala ospita tre imponenti tele narrative di soggetto mitologico di fine Seicento, capolavori barocchi firmati da Antonio Molinari, Antonio Bellucci e Gregorio Lazzarini. Il committente fu il procuratore Vettore Correr che li aveva destinati al cosiddetto ‘Camaron’ la sala maggiore del suo palazzo. Le opere mettono in scena l’animo dell’uomo sconvolto dalle passioni e dagli eccessi – come nell’Orfeo dilaniato dalle Baccanti – fungendo da raffinato e ironico invito alla temperanza per i commensali dell’epoca.

In netto contrasto formale, il soffitto a tele incassate (trasferito qui nel 1936 da Palazzo Nani) testimonia il gusto decorativo del tardo Seicento, antecedente la grande stagione degli affreschi. I cinque ovali a soggetto mitologico, dominati dalla figura di Prometeo, rivelano il tratto estroso e anticonvenzionale del vicentino Francesco Maffei, ben lontano dal rigore dei più giovani colleghi esposti sulle pareti.

Al centro della sala è esposto uno splendido scrittoio impiallacciato (rivestito) di legni preziosi, con intarsi in avorio inciso, opera del celebre ebanista torinese Pietro Piffetti, firmato e datato 1741 sul retro.

Sala Lazzarini

Sala del Brustolon

La sala prende il nome dal monumentale “fornimento” (fornitura d’arredo, in veneziano) ligneo scolpito da Andrea Brustolon per la famiglia Venier, considerato il vertice assoluto dell’intaglio veneto del primo Settecento. Il capolavoro della serie è la celebre console porta-vasi: Ercole vincitore dell’Idra di Lerna e di Cerbero, sorregge un piano grezzo su cui poggiano tre moretti in ebano incatenati che reggono un grande vaso; ai lati due vecchi barbuti distesi trattengono altri due vasi ciascuno. Questo eccezionale virtuosismo scultoreo, che si estende anche nei moretti porta-vaso e nelle allegorie delle Quattro Stagioni e dei Quattro Elementi, fungeva da sfarzoso espositore per la preziosa collezione di vasi cinesi e giapponesi dei committenti.

Al centro dell’ambiente cattura lo sguardo lo straordinario lampadario a venti fiamme prodotto verso la metà del Settecento dal celebre vetraio muranese Giuseppe Briati: un trionfo di cristallo di Murano e paste vitree policrome giunto fino a noi integro.

Completano la sala undici tele secentesche a soggetto mitologico di Francesco Maffei e quattro tondi monocromi sui continenti di Francesco Polazzo. Entrambi i cicli pittorici, pur di epoche diverse, provengono dai soffitti di Palazzo Nani, a conferma della complessa genesi degli allestimenti museali del secolo scorso.

Sala del brustolon

Portego

Il portego, tradizionale salone passante veneziano, funge qui da snodo architettonico tra gli ambienti, poiché il ruolo di rappresentanza nel progetto del palazzo è interamente assorbito dal Salone da Ballo. Rivestito in marmorino rosa, lo spazio accoglie divani rocaille e un’elegante portantina dorata, compensando la dispersione ottocentesca dei teleri originali di Luca Giordano con una superba rassegna di scultura e arti decorative.

Nelle nicchie e sulle mensole spiccano busti allegorici di grande impatto psicologico, tra cui l’Invidia di Giusto Le Court, un vertice di crudo naturalismo barocco, e la languida Lucrezia del genovese Filippo Parodi. Sulla parete ai lati del portale, si trovano due maestosi telamoni cinquecenteschi di Alessandro Vittoria, un tempo a sostegno di un camino monumentale.

L’ambiente è infine impreziosito da due imponenti tavoli parietali secenteschi, capolavori dell’intarsio in pietre dure realizzati da Benedetto Corbarelli per il vescovo Francesco Pisani del ramo Moretta. I virtuosi medaglioni centrali, dedicati a Orfeo e alla Fenice, sono incastonati in una fitta trama di rami, uccelli variopinti e minuscole scene tratte dalle favole di Esopo, testimoniando una maestria artigianale di rarissima perfezione.

Portego